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Gian Maria Varanini – Il D.L. 270

Gian Maria Varanini – Intervento all’assemblea della SISMED del 6 luglio 2007 Come è noto, l’iter di approvazione del decreto del 22 ottobre 2004 Modifiche al regolamento recante norme concernenti l’autonomia didattica degli atenei, approvato con decreto del Ministro dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica 3 novembre 1999, n. 509 è stato fortemente rallentato, negli ultimi mesi, per i rilievi fatti dalla Corte dei Conti su vari punti. Solo da poche settimane si dispone del testo definitivo. Le scadenze future restano quelle note: l’applicazione è obbligatoria dall’anno accademico 2009-2010, ma di fatto viene incentivata, anche per ragioni di immagine e di concorrenza tra le diverse sedi, l’applicazione a partire dall’anno accademico 2008-2009. Data la necessità di formalizzare l’offerta formativa entro gennaio, al massimo febbraio, presumibile data limite per l’approvazione dal parte del Ministero, è proprio in queste settimane che tutte le facoltà stanno provvedendo o alla revisione di piani precedentemente predisposti, in qualche caso già da un anno, oppure – se avevano atteso sino ad ora – alla riflessione sulla vera e propria ridefinizione dei corsi di laurea triennali. Seguirà in autunno l’approvazione degli organi accademici e poi l’iter ministeriale. E’ questa seconda la scansione di tempi prevalente.Per questi motivi non sono in grado di presentare, come speravo, un quadro esaustivo e neppure ampio, ma solo qualche esempio, a proposito dello spazio accordato al settore scientifico-disciplinare M-STO/01 nel nuovo ordinamento dei corsi di laurea dell’area umanistica (Lettere, Storia, Filosofia, Beni culturali, Scienze della formazione). Spero comunque che le poche cose che dirò (frutto anche dell’apporto di Francesco Paolo Tocco [Messina], Roberto Delle Donne [Napoli], Giulia Barone [Roma La Sapienza], Paola Galetti [Bologna]) possano in qualche modo permetterci di avviare una breve discussione, uno scambio di vedute, probabilmente utile per farsi un’idea sulle tendenze generali. Vorrei dire innanzitutto che dalle sedi con le quali sono stato in contatto e dalle quali ho ottenuto informazioni provengono alcuni tratti comuni, o per meglio dire alcune constatazioni che si ripetono e che insieme sembrano disegnare una tendenza. In linea di massima, sembra essere stato adottato un basso profilo nella applicazione della legge 270 (che come è superfluo ricordare ha – per gli aspetti che qui ci interessano – il punto cruciale nella riduzione a un massimo di 20 prove per la laurea, o laurea triennale come possiamo ancora convenzionalmente chiamarla, e a un massimo di 12 esami per la laurea magistrale). Perchè ‘basso profilo’? Intendo dire che la legge, proprio grazie alla “costrizione” posta in essere dalla riduzione a 20 prove, avrebbe potuto costituire l’occasione per qualcosa di più della mera correzione della tanto lamentata frammentazione delle prove d’esame. Attualmente, il percorso di studi della laurea triennale può prevedere anche 35 accertamenti, talvolta di più: frazionamento che ha costituito sino ad oggi una delle storture più evidenti dell’applicazione della riforma, e che discendeva dalla inevitabile tendenza ad “accontentare tutti”, per ridurre la conflittualità tra settori scientifico-disciplinare e tra docenti, in sede di prima applicazione della riforma. Volendo correggere la frammentazione, una delle strade è quella della selezione dei settori scientifico-disciplinari, una parte dei quali vengono “emarginati” e confinati tra gli affini. E sembra questa la strada che viene per lo più perseguita. Ma prima di fornire qualche dato al riguardo vorrei fare quattro considerazioni o constatazioni di carattere generale.Le prime due constatazioni sono positive, almeno secondo la mia valutazione. Nella revisione dei percorsi, in un certo numero di corsi di laurea – di Lettere e di Storia (forse meno di Filosofia) – nella revisione dei percorsi si è tenuto conto, con maggiore preveggenza e realismo rispetto al passato, del monte crediti previsto dal Ministero dell’Istruzione per l’accesso alle classi di concorso per l’insegnamento. Ciò riguarda in particolare i 12 crediti di letteratura italiana, i 12 crediti di discipline storiche, i 12 crediti di geografia, i 12 crediti di latino necessari per ottenere l’accesso alla classe di concorso 43 (Materie letterarie nella scuola media). In taluni casi, in particolare nei casi nei quali essi siano ubicati presso facoltà di Lettere, si è tenuto saggiamente conto di tali problematiche anche nei corsi di laurea in Beni culturali, in un contesto che non solo inserisce queste “materie professionalizzanti”, ma tenta anche di garantire la flessibilit� delle scelte, almeno nel primo (e nel secondo) anno del triennio. Si assiste dunque forse a un’inversione di tendenza, a un riflusso rispetto a quella eccessiva specializzazione dei trienni che ha obbligato le prime coorti di laureati triennali ad accollarsi paradossalmente esami di carattere “generale” (come una Letteratura italiana o una o più delle discipline M-STO) nella laurea specialistica, allo scopo di non avere poi debiti in sede di iscrizione alla SSIS. Tutti noi abbiamo avuto esperienza, negli anni scorsi, dell’aumentato numero dei laureati (in Filosofia, o in Lettere) che si sono iscritti per sostenere esami singoli. L’insegnamento ritorna ad essere uno sfondo plausibile e occorrerà molta attenzione per insediare le discipline storiche, e tra di esse M-STO/01, nei futuri assetti delle lauree per l’insegnamento.La seconda constatazione concerne la tendenza diffusa – fortunatamente diffusa – a procedere, sede per sede, all’omogeneizzazione dell’unità di misura base per il corso minimo. In molte sedi, facoltà anche omogenee (Lettere, Lingue, Scienze della formazione) e potenzialmente suscettibili di osmosi di ore di docenza (in applicazione dell’orario di 120 ore di lezione frontale), avevano adottato diversi criteri di computo dei CFU. Con difformità incredibili: Nella mia università per esempio Lettere e filosofia adottava la base 3, Scienze della formazione la base 4, Lingue e letterature straniere la base 5. Sospenderei invece il giudizio sulle altre due tendenze o aspetti di carattere generale, rispetto alla quale mi sembra di avere acquisito indicazioni meno univoche: mi limito a segnalarle. Sono due tendenze alla “rimozione”. Passi per la tendenza a “rimuovere” problemi che prevedono scelte d’ateneo, come il problema (peraltro cruciale) delle prove d’accesso e del numero chiuso, e la questione del part-time e della differenziata velocità di carriera da parte degli studenti. Più grave (ma spero di sbagliarmi) è la tendenza (che in alcune sedi, tra le quali la mia, è purtroppo indubitabile) a non occuparsi a fondo, per ora, del nuovo assetto delle lauree magistrali; anche se è vero che l’incertezza del quadro normativo per l’avvio all’insegnamento non aiuta in questa direzione. Veniamo infine al punto cruciale, quello che sopra definivo come una scelta un po’ di “basso profilo” nell’applicazione della legge 270. Come dicevo, la redistribuzione dei crediti in atto, forse anche per l’affanno che caratterizza l’attuale fase e per la disabitudine al confronto concreto sulla pratica didattica (anche con le discipline sorelle come la storia moderna e la storia romana), avviene puramente e semplicemente sulla base dei settori scientifico-disciplinari esistenti. I “rapporti di forza” non sembrano mutati. Nei corsi di laurea in Lettere, per esempio – corsi dei quali scontiamo, in modo ormai irrimediabile, la propensione filologico-letteraria, col tramonto di quell’equilibrato mix di formazione storica e letteraria che era il vecchio corso di laurea in Lettere moderne (che aveva però alle spalle una diversa scuola media superiore) – sembra prevalere una tendenza al corso unico da 12 crediti, in alternativa con Storia moderna. Nei corsi di laurea in Beni culturali che ho monitorato l’ammontare complessivo dei crediti delle discipline storiche oscilla tra i 12 e i 20 CFU complessivi; storia medievale mantiene la sua posizione di disciplina a scelta, in alternativa alla storia moderna e alla storia contemporanea. Nei corsi di laurea in Filosofia, nei quali la presenza delle discipline storiche è nell’attuale assetto delle triennali notevolmente bassa (come ho avuto occasione di ricordare anche nel mio precedente intervento, svolto a Roma in marzo alla precedente assemblea della nostra Società), non sembra che si debbano registrare modifiche: la logica continua ad essere quella di un circoscritto numero di crediti in discipline storiche che lo studente può acquisire in alternativa. In questo quadro di sostanziale staticità, mi sono stati segnalati tuttavia anche casi nei quali le discipline storiche (e anche Storia medievale in particolare) sono state ulteriormente marginalizzate. Il “basso profilo”, e l’andamento complessivamente deludente dell’operazione (almeno nella mia valutazione, della quale possiamo ovviamente discutere), è legato però ad un altro ordine di considerazioni, coi quali concludo. La revisione dei percorsi e la correzione della frammentazione avrebbero potuto, o ancora potrebbero, diventare l’occasione per un ripensamento più approfondito della didattica, in particolare del primo anno di corso. Il primo anno di corso è come sappiamo segnato da una mortalità studentesca molto alta: nei corsi di laurea umanistici fra il 25 e il 35% degli immatricolati in media, con punte anche superiori, non si iscrive al secondo anno. E’ vero, il dato è molto vario, ed è pure difficile da quantificare, come risulta anche dai dati di Alma Laurea. Esso comprende anche coloro che pagano la sola prima rata di tasse del primo anno e non la seconda, e quindi comprende anche una percentuale di immatricolati che di fatto non sperimentano mai l’università e quindi neppure la rifiutano; ma ciononostante si tratta di una percentuale piuttosto alta. Nll’attuale situazione di accesso totalmente liberalizzato alle facoltà umanistiche, questi studenti arrivano al primo anno con livelli di preparazione notevolmente difformi, come sappiamo. Per la gran parte di loro, non è adeguata l’attuale struttura dell’offerta didattica, con la rigida compartimentazione tra i diversi settori scientifico-disciplinari. In un mio recente intervento sull’insegnamento della storia, uscito in “Società e storia” (a. XXX, 2007, fasc. 115: L’insegnamento della storia nella scuola secondaria: qualche appunto [con particolare riferimento al medioevo], pp. 181-190), avevo auspicato che le discipline storiche individuassero, per il primo anno del triennio, spazi di didattica propedeutica da gestire in comune, prendendo atto – come bisogna prendere atto – della radicale assenza di prospettiva e di sensibilità storica, oltre che di conoscenze di dati e di fatti, che la grandissima parte degli studenti di primo anno esibisce. Ricordavo al riguardo, come una diagnosi condivisibile, l’intervento di Giorgio Chittolini sulla stessa rivista “Società e storia”, intitolato Un paese lontano (a. XXVI, 2003, fasc. 100/101, pp. 331-354; poi discusso da Francesco Benigno e Ennio Igor Mineo su “Storica”, n. 28) che sin dal titolo esprimeva quella percezione di brumosa indistinzione e di nebulosità, che è la percezione del passato che hanno i nostri studenti. Si trattava, ripeto, di una valutazione personale e forse di un velleitario auspicio, che se realizzato avrebbe però dato una risposta al ricorrente invito a impartire davvero, nel triennio, una formazione “di base”. Sono convinto che in realtà, nella pratica didattica, lo scambio e le convergenze tra i diversi settori scientifico-disciplinari nel perseguire il comune obiettivo della formazione degli studenti al “senso storico” siano più frequenti di quanto appare. E tuttavia resta il fatto che l’occasione di un ripensamento approfondito della didattica di base, costituita dalla revisione dei percorsi didattici in applicazione della legge 270 non sembra essere stata colta.

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