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Sessione 16. Governare il cambiamento: memoria e realtà degli assestamenti istituzionali nella vita religiosa regolare tra X e XIII secolo

Giovedì 14 giugno, ore 18-19:30

Harold G. Bermann – vicino in questo a posizioni già espresse da Glauco Maria Cantarella – che considerava proprio “la rivoluzione pontificia del 1075-1122” come la sesta grande rivoluzione (ma la prima in ordine cronologico) rilevava che essa “fu chiamata a quel tempo riforma, la reformatio del papa Gregorio VII, generalmente tradotta in termini moderni con Riforma gregoriana, così continuando a celare il suo carattere rivoluzionario”. Si pone qui un problema metodologico cruciale: quello della “dicibilità”, della “narrabilità” del processo rivoluzionario, in quanto come è ben noto nel corso del medioevo e specialmente con riguardo alle istituzioni ecclesiastiche e religiose ogni progettualità oggettivamente innovatrice andava presentata sotto il velo della re-formatio, della riforma intesa come ritorno a una forma, a un modello precedente considerato oggettivamente migliore, essendo ogni cambiamento avvertito come intrinsecamente negativo. Arriviamo dunque al paradosso che la rivoluzione non fosse tanto invocata dai protagonisti del processo rivoluzionario per legittimare il proprio operato, quanto piuttosto dai loro avversari, che usavano la natura eversiva di quello stesso processo per delegittimare chi lo aveva realizzato, fedeli in questo alla cultura classica, che considerava ogni rivoluzione come un atto eversivo. Di conseguenza le nostre fonti intenzionalmente «nascondono» le rivoluzioni medievali molto più di quanto le raccontino. Al fondo di tutto ciò sta la necessità di governare i cambiamenti, anche violenti, radicali e improvvisi; di celare gli scarti e gli assestamenti istituzionali addomesticandone la narrazione entro schemi che garantiscano comunque l’instaurazione di nessi di continuità con un passato più o meno recente. Tali processi sono particolarmente evidenti quando si affronti la storia della vita religiosa regolare entro quadri che ne privilegino l’interlocuzione con l’ordinamento canonico ma pure con il “sistema” in generale nel suo svolgimento entro il più vasto contesto sociale e politico. I riverberi che tale interlocuzione produce sul piano organizzativo interno alle istituzioni sono rilevabili nelle fonti nella veste di una riflessione esplicita di natura prima di tutto ecclesiologica, ma in seconda battuta e con esiti strettamente legati a quest’ultima dimensione, di una produzione latamente storiografica capace di riorganizzare la memoria dell’istituzione. Tutto ciò avveniva contestualmente con concrete operazioni di assestamento istituzionale. Le relazioni proposte per questo panel affrontano tale articolata tematica utilizzando i prodigiosi giacimenti di fonti che riguardano Farfa e Cluny (così Longo e Cariboni) e la complessa trama “storiografica” sottesa alla lettura che Dante fornisce della storia delle forme di vita religiosa regolare. In tutte e tre gli interventi risulterà centrale il tema del “governo del cambiamento”, la capacità delle istituzioni di determinarlo, di orientarlo e di narrarlo entro schemi che ne dissimulino l’essenza nel quadro di processi di legittimazione costruiti attorno all’ideale della reformatio e secondo lo schema della decadenza rispetto al carisma originario.

Coordinatore: Umberto Longo

Relazioni:
Umberto Longo, Destructio e Constructio. Riforma e rielaborazione della memoria a Farfa tra X e XII secolo
Guido Cariboni, I duchi di Aquitania e Cluny nell’XI secolo alla ricerca di un nuovo equilibrio: iniziative aristocratiche, assetti istituzionali e riforma
Nicolangelo D’Acunto, Dante “storico” della vita religiosa medievale: la decadenza delle istituzioni come chiave di lettura del loro cambiamento

Discussant: Glauco Maria Cantarella

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