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Sessione 39. Beni pubblici e politica regia nel regno Italico II. Il governo imperiale degli Svevi in Toscana: base fondiaria e prassi politiche

Venerdì 15 giugno, ore 16-17:30

Nell’ultimo decennio uno dei temi che più sta attirando l’interesse della storiografia è lo studio delle forme di finanziamento degli organismi politici, indagate con taglio comparativo e di lunga (o lunghissima) diacronia. Sulla scia della cosiddetta New Fiscal History e delle riflessioni sulla Staatlichkeit alto- e pienomedievale, la medievistica italiana ha recentemente posto di nuovo l’attenzione su un tema “tradizionale”, da circa mezzo secolo trascurato: il fisco regio. Rispetto alle pionieristiche rassegne sul Reichsgut italico di P. Darmstädter (1895) e F. Schneider (1914) e alla monografia di C. Brühl (1968), ottica e metodologie di analisi sono però mutate. Uno dei fronti d’indagine si sta da qualche anno occupando del caso toscano, valorizzando fonti “stravaganti” (inventari, brevia e narrationes) e impiegando largamente i dati archeologici. La ricerca si è concentrata soprattutto sulle fonti relative al periodo antecedente al secolo XI, caratterizzato dalla durevole forza di un organismo politico di matrice pubblica: la marca. Questi dati possono costituire un’utile base di partenza per riflettere sul destino dell’“eredità di Matilde” (materiale e simbolica) e sul suo ruolo nel progetto politico svevo nella regione. La linea di ricerca proposta segue un procedimento inverso rispetto agli studi di Schneider e Darmstädter che, come notò G. Tabacco nella recensione alla monografia di A. Haverkamp, leggevano retrospettivamente le fonti sul fisco regio nell’età del Barbarossa, proiettandole all’indietro. Lo studio delle basi materiali del potere svevo consente di collegarsi a un altro filone di ricerca che gode oggi di buon seguito e che allo stesso Haverkamp è in larga parte debitore. Negli ultimi decenni, infatti, la medievistica italiana ha cercato di mettere in discussione la “grande narrazione” identitaria che considerava l’affermazione dei comuni cittadini come un dato scontato e inarrestabile. Nel descrivere le trasformazioni del secolo XII dopo la “mutazione signorile”, espressione recentemente tornata d’attualità, si è cercato di proporre una lettura più complessa del quadro politico e socio-economico generale, per studiare i processi di ricomposizione politico-territoriale condotti da una pluralità di attori: signori laici ed ecclesiastici, comunità urbane e rurali. In questo contesto l’impero fu fra i principali attori in campo, distinguendosi soprattutto in Italia Centrale nei decenni successivi alla pace di Venezia per un’efficace azione di coordinamento. In Toscana, a distanza di più di mezzo secolo dall’eclissi del potere marchionale, gli Svevi e i loro rappresentanti ebbero un ruolo di primo piano fin dalla fine degli anni Cinquanta: una presenza che raggiunse lo zenit al tempo di Enrico VI. Con i nostri interventi ci proponiamo di approfondire la riflessione su caratteristiche e funzionamenti di questa esperienza politica, leggendola, per così dire, dal basso nella variabilità della prassi: collocandola, cioè, entro i contesti politici e socio-economici di riferimento, tenendo conto della base fondiaria di cui disposero localmente gli Staufer e della rete dei loro agenti e interlocutori sul territorio.

Coordinatore: Simone Maria Collavini

Relazioni:
Paolo Tomei, Le basi materiali del potere imperiale svevo in Tuscia: fra tradizione e innovazione
Maria Elena Cortese, Alla ricerca di un equilibrio: governo imperiale e poteri locali in Toscana nell’età di Federico Barbarossa
Simone Maria Collavini, Il potere imperiale in Tuscia sotto i primi svevi: controllo del territorio, beni fiscali e giustizia

Discussant: Tiziana Lazzari

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