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Sessione 46. Linguaggi religiosi e potere nel medioevo tra oriente e occidente (secoli IX-XIV)

Sabato 16 giugno, ore 9-10:30

Intendiamo individuare ed analizzare alcune strategie comunicative delle élites politico-ecclesiastiche e le modalità di costruzione di linguaggi politici a partire da quelli religiosi, in un contesto culturale che non ha ancora acquisito l’idea di una netta demarcazione tra la sfera del potere politico e quella del sacro. Se nell’Alto Medioevo termini come vicarius Christi/Dei vengono applicati anche a re ed imperatori, la Riforma «gregoriana» favorisce una progressiva differenziazione tra lʼOriente bizantino, in cui prevale la sinergia tra i due poteri, e lʼEuropa occidentale, segnata dalla tensione tra papato ed impero. Riteniamo opportuno riproporre alla medievistica italiana, che dopo la crisi di paradigmi forti come quello del «Medioevo cristiano» di R. Morghen è stata caratterizzata da una diffusa «ateoreticità» (O. Capitani), l’esigenza di un respiro teorico, anche alla luce di suggestioni provenienti dai recenti lavori di D. Iogna-Prat (La maison Dieu, Paris 2006; Cité de Dieu, cité des hommes, Paris 2016), dal volume Cristo e il potere, a cura di C. Andreani e A. Paravicini Bagliani, Firenze 2017 e dalle indagini di W. Pezé (Le virus de l’erreur, Turnhout 2016) sullʼimpatto sociale delle controversie teologiche di età carolingia. Il termine Ecclesia assume in età carolingia una valenza globale, in quanto viene utilizzato per designare l’intera società cristiana. Si avvia un processo di «inecclesiamento» (Lauwers) che sfocia nella sacralizzazione dello spazio di chiese e cimiteri e in una nuova definizione della territorialità. Il Libellus di Walafrido Strabone, che stabilisce un parallelismo tra ordinamento imperiale ed ordinamento ecclesiastico, svolge un ruolo significativo in questo processo. La Chiesa fornisce il modello per l’elaborazione di un’architettura sociale (D. Iogna-Prat). Il potere imperiale viene legittimato mediante l’elaborazione di teologie politiche, come quella di Agobardo di Lione, ma altresì mediante linguaggi profetico-apocalittici, già analizzati per la pars Orientis da Agostino Pertusi ma attestati anche in Occidente con Adsone di Montier-en-Der. Reliquie e immagini rappresentano importanti strumenti di affermazione della sacralità del potere, anche se la diffusione delle opere dello Pseudo Dionigi l’Areopagita fornisce un modello di interpretazione della realtà in termini più razionali. Dal canto suo la cultura ecclesiastica si sforza di riportare sotto il proprio controllo il pensiero magico e le manifestazioni della santità, costruendo testi agiografici e racconti di traslazione di reliquie e proponendo ai re e agli aristocratici modelli di comportamento mediante la redazione di biografie regali e specula. Se in Occidente Gregorio VII considera i re santi come un’eccezione, a Bisanzio il modello di santità militare rimarrà assai più a lungo legato alla figura imperiale, come è attestato anche dalle fonti iconografiche. Si stabilizzano, infine, quei “sacramenti del potere” che sono, anzitutto, “sacramenti del linguaggio”– secondo la felice definizione di Giorgio Agamben, Il sacramento del linguaggio. Archeologia del giuramento, Bari 20092 – e che tendono a strutturare l’ordinamento sociale radicandolo nella volontà divina, fino a sacralizzare l’esercizio legittimo del potere di per sé. In definitiva il significato religioso finisce per sostanziare i lessemi di base della politica (ordo, potestas, iustitia, equitas).

Coordinatore: Raffaele Savigni

Relazioni:
Isabella Gagliardi, Il Libellus de Antichristo (954) di Adso da Montier-en Der: la sinonimia dei termini “cristiano” e “romano” alla luce dei rapporti culturali con l’impero bizantino
Margherita Pomero, Santità militare a Bisanzio. Modelli di propaganda nella numismatica e sigillografia tra XI e XIV secolo
Martina Caroli, Traslazioni di reliquie: strategie comunicative tra ideologia e materialità in età carolingia. Alcune riflessioni attorno al ms. BUB 1702

Discussant: Raffaele Savigni

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